FRAZIONE DI BUBE QUARTIERE DELLA MESTOLA

GRASSINA, FRAZIONE DI BUBÈ - QUARTIERE DELLA MESTOLA

Fu soprattutto la frazione di Bubè, lungo il torrente Grassina, a ospitare le lavandaie.  Le prime notizie sulla presenza di curandai – operai addetti all’imbiancatura della tela grezza e al candeggio di filati e tessuti -, risalgono al XV secolo, ma sono concentrate nella zona di Rimaggio. Fu solo nel periodo di Firenze Capitale che il mestiere si impose a Grassina, trasformandola nel paese dei lavandai. Senza dubbio duro, esso garantì tuttavia condizioni di vita migliori rispetto a quelle di mezzadri, braccianti e artigiani, consentendo anche lo sviluppo di ulteriori attività legate al lavaggio dei panni: nel 1885 una delle prime famiglie di lavandai, i Cocchini, impiantò la prima fabbrica di lisciva (sapone e soda cristallizzata), rimasta in funzione fino al 1977.

La maggioranza dei lavandai riservava il lunedì mattina per le operazioni di ritiro dei panni sporchi dalla clientela fiorentina: ci si recava in città usando il tram (inaugurato nel 1909) o la bicicletta, ma avvalendosi anche del servizio di diligenza a cavallo. Un trasportatore – in genere un contadino con il ciuco – portava poi le balle abbarcate sul barroccio a casa del lavandaio. Quello stesso pomeriggio si avviava la procedura di lavaggio, procedendo con la bollitura che, se necessario, poteva proseguire fin nella mattinata del successivo mercoledì. Le operaie entravano al lavoro nel primissimo pomeriggio del lunedì, costrette poi a lavorare dalle 6 di mattina alle 6 di sera: lavoravano in media 25 ore la settimana, la metà delle quali effettuate nel solo giorno del martedì.

Fino agli anni compresi tra i due conflitti mondiali, il risciacquo dei panni era effettuato nelle acque del fiume. In qualsiasi stagione, le operaie si chinavano sulle rive del torrente: una semplice cassetta di legno chiusa davanti e ai lati proteggeva, per quanto possibile, le loro ginocchia e le riparava dagli schizzi. I panni erano quindi stropicciati con forza su una pietra tenuta inclinata e conficcata nella riva, in seguito sostituita da un piano ugualmente inclinato ma fatto d’assi di legno inchiodate a un telaio. Da questa attività estremamente faticosa e svolta in condizioni proibitive derivavano frequenti problemi alle articolazioni e alle ginocchia. Fu anche per questo motivo che, appena possibile, i lavandai cercarono di attrezzarsi coi viai coperti.

Alla tesa dei panni e alle successive operazioni, in genere pensavano il titolare della ditta e la sua famiglia. Prima della seconda guerra mondiale pochi erano i lavandai proprietari di terreni: per tendere i panni si ricorreva allora alle cosiddette funate. La biancheria era tesa lungo le viottole di campagna e le strade pubbliche su spago legato a pali di legno piazzati provvisoriamente la mattina e smontati la sera stessa. Grazie ai guadagni ottenuti, molti lavandai riuscirono poi a costruirsi una casa e a acquistare un appezzamento di terreno dove appendere i panni su filari di pali bianchi. All’inizio degli anni cinquanta, con l’introduzione del seccatoio, un’apposita stanza riscaldata da un fornello, i panni non furono più tesi a asciugare nei campi all’aperto, ma al chiuso. Questo nuovo sistema di asciugatura, pur accelerando i tempi di lavorazione, mostrò tuttavia uno svantaggio: i panni non erano più bianchi come quelli asciugati nei campi. Era venuta meno l’azione sbiancante dell’ossigeno emesso dall’erba (il cosiddetto candeggio a prato) e allora, per eliminare dalla biancheria eventuali ingiallimenti, fu necessario il ricorso al turchinetto, una sostanza colorante azzurra.

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